Una rising star di versatilità sorprendente A diciassette anni, nell’agosto scorso, Alexander Romanovsky ha vinto il Concorso Busoni di Bolzano, una delle più ardue e autorevoli competizioni pianistiche esistenti; l’ha anzi stravinto, conquistandosi anche il Premio del pubblico. Il giovanissimo pianista è il fiore all’occhiello di Leonid Margarius, illustre docente alla cui scuola prosperano i talenti (già dieci anni fa una sua allieva, Anna Kravtchenko, vinse il Busoni); dalla nativa Ucraina, Romanovsky l’ha seguito nel 1997 all’Accademia Pianistica di Imola, dove Margarius è venuto a insegnare. Questo "astro nascente" di notevole precocità (che a sorpresa accogliamo nella data in origine destinata al vincitore del Concorso Micheli, conclusosi senza l’assegnazione del primo premio) a nove anni suonava già con l’orchestra, a undici ha dato il primo recital. Quattro anni dopo è diventato Accademico honoris causa dell’Accademia Filarmonica di Bologna; un onore riservato, prima di lui, solo a due altri quindicenni: Mozart e Rossini. Maestro Romanovsky, il Busoni non è stato il primo concorso da Lei vinto in Italia, vero? «In effetti in vista del Busoni, per prepararmi all’esecuzione con l’orchestra del Terzo concerto di Rachmaninov, qualche tempo prima mi ero presentato al Concorso pianistico di Cantù: alla fine, l’ho anche vinto». Quali cambiamenti, quali novità le ha portato la vittoria a Bolzano? «Dopo il Concorso mi sono stati proposti tantissimi concerti, una sessantina: ora finalmente potrei incominciare a fare quello a cui ho pensato per tutta la mia vita». Lei ha già un repertorio di ragguardevole estensione: solo i concerti per pianoforte e orchestra, Terzo di Rachmaninov compreso, sono sette. In che direzioni pensa ora di spingersi? «In effetti ho già toccato tutte le aree del repertorio, da Bach con le Variazioni Goldberg alla musica romantica – ora in recital porto la Sonata in si minore di Liszt e la suonerò anche a Milano – fino alla musica del Novecento: Prokof’ev, Rachmaninov. Ora vorrei approfondire la conoscenza della musica contemporanea, anche se in questo ambito può succedere di incontrare delle composizioni non proprio soddisfacenti». Ci sono esecutori che si impongono di rispettare con il massimo scrupolo ciò che il compositore ha scritto, altri che si concedono grandi libertà associando l’interpretazione con il "ricreare". Lei in che posizione si trova? «Secondo me sono tutt’e due atteggiamenti esagerati. Il mio obiettivo è quello di non fermarmi pedantemente a quello che è scritto, bensì di trovare quello che il compositore voleva esprimere. Non sono d’accordo con quegli interpreti che cercano di sovrapporre il proprio pensiero, senza rispetto, a una composizione; ma, d’altra parte, quando suono intendo esprimere qualcosa di mio».
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