Quattro personalità non comuni Sono giovani, trentenni o poco più. Preparatissimi: fra i loro docenti ci sono stati Walter Levin del Quartetto LaSalle, il Quartetto Emerson e il Juilliard, per non parlare dell'Alban Berg con cui hanno studiato intensamente dal 1997 al '99. Ciascuno di loro è uno strumentista di livello non comune, tanto che non c'è un primo violino ma il ruolo è tenuto, alternativamente, da Natalia Prischepenko e da Heime Mueller. Con tali qualità il Quartetto Artemis, fondato nel 1989 a Lubecca dai due violinisti con il violista Volker Jacobsen e il violoncellista Eckart Runge, non poteva che collezionare vittorie ai più importanti concorsi internazionali, come l'ARD di Monaco di Baviera e il Borciani di Reggio Emilia. Ormai il Quartetto Artemis si esibisce regolarmente nelle maggiori sedi concertistiche; ma tiene vivo quell'interesse per l'approfondimento e la ricerca - non soltanto in campo musicale - che contribuisce a disegnare una fisionomia artistica di peculiare ricchezza e attrattiva. Sull'Artemis e sul programma che eseguirà a Milano abbiamo rivolto qualche domanda a Eckart Runge. Voi avete avuto un rapporto speciale con il Quartetto Alban Berg. Vuole parlarcene? «Dopo aver vinto i concorsi di Monaco e di Reggio Emilia sognavamo di fermarci per un anno a studiare, per approfondire la nostra conoscenza della musica prima che gli impegni concertistici ci portassero via troppo tempo; pensavamo di muoverci verso gli Stati Uniti, dove ci sono degli ottimi programmi per i giovani quartetti. Ma abbiamo incontrato il Quartetto Alban Berg durante uno stage presso la nostra scuola, la Musikhochschule di Lubecca: quattro personalità molto differenti, proprio come noi, e piene di calore umano. Allora, visto anche che dovevamo tenere diversi concerti in Europa, abbiamo rinunciato ad andare in America e abbiamo accettato l'invito a Vienna dell'Alban Berg. Ci hanno dato molto, siamo loro estremamente grati: abbiamo tuttora un bellissimo rapporto e quando siamo insieme non parliamo solo di musica, ma anche di cose della vita. Ci hanno anche invitato a suonare nel loro ciclo a Vienna: è stato straordinario averli non solo come docenti ma anche come partner. D'altronde la loro attitudine verso la musica è magnifica. Non puoi restare indifferente quando li senti suonare: hanno un approccio così onesto e sincero verso ciò che suonano, ancora dopo trent'anni non conoscono la routine. E questo si sente anche quando insegnano». Nel programma che eseguirete a Milano spicca il brano di un compositore pochissimo conosciuto, Emanuel Aloys Foerster. Perché questa scelta? «Effettivamente si tratta di un nome oggi completamente dimenticato; eppure fu insegnante, oltre che amico, di Beethoven, e ai suoi tempi, a Vienna, era considerato con molto rispetto. È in effetti un ottimo compositore, molto espressivo, con superbe idee soprattutto in ambito melodico; d'altro canto non è un innovatore, e nel confronto con Beethoven non poteva che uscire schiacciato. Ma per noi che suoniamo in quartetto, e che siamo viziati avendo un repertorio infinito di capolavori, ogni tanto è utile e istruttivo anche interpretare qualcosa di buono, ma non assolutamente eccelso».
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