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STAGIONE 2003-2004 • Società del Quartetto • Feste
L’aristocrazia bachiana ha un nuovo nome da esibire di Carlo Maria Cella
Bach al pianoforte. A chi giova? La domanda, non il dubbio, riaffiora ogni volta che un solista di qualità o di genio si siede davanti ai tre metri di uno Steinway o di un Bösendorfer con in testa la Tastiera ben temperata o le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian. Il tema non è ormai di natura filologica. Il problema del "se" (si possa o non si possa, si debba o non si debba) è oltre la siepe dei divieti e dei preconcetti. Ma la domanda su chi tragga vantaggio sopra tutti, da un tale gesto, fa parte dell’analisi corretta di un’interpretazione. E vale fin dai tempi di Glenn Gould, che, per interi, infiniti passi, nemmeno si azzardava a toccare il pedale. Se il gran coda viene usato per sottrazione, dimezzato calvinianamente nella sua dimensione dinamica, per non inquinare, amplificando il suono, il contrappunto; se, insomma, anche il Grande Solista avverte lo scrupolo di "clavicembalizzare" lo strumento a percussione di corde, cominciamo a escludere che il gesto giovi al pianoforte. Ben altra musica lo esalta. Che Bach, invece, giovi al pianista di ogni qualità e grado, chiunque abbia mai appoggiato le mani sui tasti lo sa. Ma Bach al pianoforte celebra sempre Bach? Lo illumina, lo svela, lo innalza? Decine, centinaia di pianisti hanno usato Bach senza dargli e darci nulla. Decine, centinaia di finti bachiani avrebbero fatto meglio a lasciare alla nettezza di un clavicembalo, e di un clavicembalista qualunque, le trame nate sulla discrezione dello strumento che Johann Sebastian aveva sotto le dita. Così, presentarsi al pubblico con Bach, debuttare con lui in disco e dal vivo, come fa Till Fellner, è una dichiarazione estetica, filosofica, prima ancora che interpretativa. E il modo è assolutamente sbalorditivo. Fellner ha trentadue anni, è austriaco, esce dal Conservatorio di Vienna, dove ha studiato con Helene Sedo-Stadler, con Meira Farklas e Oleg Maisenberg. Ma la sua tensione alla profondità, la sua vocazione di pianista lontano da ogni tentazione spettacolare e dimostrativa, le ha raffinate con Alfred Brendel, che ne ha fatto il suo protégé e al quale lo legano evidenti affinità elettive. Altri indizi di sensiblerie assolutamente speciale sono nella vittoria al Concorso Clara Haskil del 1993 e nel "Mozartinterpretationspreis" del 1998, a Vienna. La musica sinfonica, dalla parte del solista, Fellner l’ha frequentata con orchestre come i Wiener Philharmoniker, ovviamente, i Wiener Symphoniker, la Camerata Salzburg, la Academy of St. Martin in the Fields, la Philharmonia e la London Philharmonic, la Chicago Symphony e la Los Angeles Philharmonic, con direttori come Abbado, Harnoncourt, Marriner, Hogwood, Janowski, Holliger. La musica da camera con l’Alban Berg Quartet, Thomas Zehetmair e Heinrich Schiff. Un giorno del 2000, al festival di Salisburgo, ascoltatolo in un primo libro del Clavicembalo ben temperato poi coperto di lodi dalla critica, Manfred Eicher scritturava senza esitazione Till Fellner nella scuderia classica della Ecm, l’etichetta "di Jarrett" se vogliamo semplificare, ma oggi anche di András Schiff, che per la Ecm ha da poco registrato delle pregevoli Variazioni Goldberg. Anni fa, sia Das wohltemperierte Klavier sia le Goldberg Variationen erano state messe in catalogo da Jarrett stesso, uomo del jazz in libera uscita. L’intera stagione 2003-2004, Fellner la dedica a suonare dal vivo il volume secondo del Clavicembalo ben temperato, da Vienna a Londra, da Amsterdam a Monaco, da Washington a Milano, per la Società del Quartetto. In alternanza e confronto con musiche di Kurtág, Ligeti e Messiaen, di Brahms, Liszt e Franck. Riannodiamo i fili e rielenchiamo i nomi: Bach, Mozart, Haskil, Brendel. Tutto lascia intuire a quale categoria di eccellenti antivirtuosi appartenga Till Fellner, su quale faccia della musica ami muoversi, di quale solidità tecnica sia dotato e, soprattutto, quale uso si sia votato a farne. Per i dettagli e le emozioni rinviamo al primo libro del Clavicembalo ben temperato nella registrazione di casa Ezm, al solito, di bellezza smagliante: Bach fatto Suono e Pensiero con una consapevolezza che tiene conto di tutti coloro che sono venuti prima, ma con una naturalezza di fraseggio assolutamente insolita, fresca, antiaccademica, quasi edonistica. Pare proprio che l’aristocrazia bachiana abbia un nuovo nome da esibire.
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