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STAGIONE 2001-2002 • Società del Quartetto •
21 APRILE 2002, DOMENICA - CONSERVATORIO "G. VERDI"
Vladimir Ashkenazypianista e direttore
W.A. Mozart   - Concerto n. 12 in la maggiore per pianoforte e orchestra K 414
L. van Beethoven   - Grande Fuga in si bemolle maggiore op. 133
W.A. Mozart   - Concerto n. 20 in re minore per pianoforte e orchestra K 466

L'irrisolto quesito della Grande Fuga

Nel programma di Vladimir Ashkenazy e della Mahler Chamber Orchestra spicca la Grande Fuga op. 133. È risaputo che Beethoven aveva composto la Grosse Fuge come movimento conclusivo del Quartetto op. 130, ma le reazioni dei primi ascoltatori e il consiglio dell'editore Artaria lo indussero a sostituirla con un altro finale, per pubblicarla come pezzo a sé stante; la sublime pagina ha vissuto da allora un'esistenza autonoma come brano da concerto, soprattutto nella stesura originale per quartetto d'archi, ma anche trascritta per più vasto organico, come nella versione che verrà  presentata a Milano.

La separazione della Grosse Fuge dall'op. 130 è oggetto di un'interessante disamina nel volume Beethoven. La vita, l'opera, il romanzo familiare (Marsilio Editori, Venezia, 1986) del fine studioso beethoveniano Maynard Solomon. Ne pubblichiamo brevi stralci grazie alla cortesia della casa editrice veneziana, che ringraziamo.

Perché Beethoven acconsentì a separare la Fuga dal Quartetto? La maggior parte dei biografi si è stupita che il più ostinato dei compositori abbia acconsentito tanto facilmente ad alterare la struttura di una delle proprie opere più importanti: alcuni l'hanno attribuito alle sue preoccupazioni a causa del tentato suicidio del nipote Karl; altri, al suo desiderio dei quindici ducati offerti come onorario supplementare; altri ancora al suo disprezzo per le «Bestie! Asini!» che non erano in grado di cogliere le sue intenzioni. Ma rimane il fatto che la Grosse Fuge non ha soddisfatto la sensibilità  di molti musicisti, tra i quali i suoi primi ascoltatori, quale finale del Quartetto. (”) Non vi è bisogno di entrare nel merito della polemica che infuriò per due terzi di un secolo intorno alla questione di quale finale fosse quello "giusto": tale polemica non approdò a nessuna soluzione del quesito (”). In quanto al finale in forma di fuga, molti hanno pensato che esso offuschi - o persino annienti - i tempi precedenti. L'incertezza di Stravinskij dimostra come non esista alcuna soluzione del problema: in un'occasione egli esclamò: «Quanto ebbero ragione gli amici di Beethoven a convincerlo di separarla dall'op. 130!». Ma prima di morire mutò radicalmente la propria opinione a questo proposito, rendendosi conto che non solo la Fuga era stata intesa come apice del Quartetto, ma anche che essa poteva pure costituire il punto di partenza dell'opera stessa.

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