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STAGIONE 2004-2005 • Società del Quartetto • Dialoghi e contrasti
Un prodigio di musica di Alberto Cantù
Quando un enfant prodige evita prodigi pur gradevolissimi e gratificanti come l’Hora staccato di Dinicu-Heifetz o il Perpetuum mobile di Novacek oppure i Concerti di Wieniawski bisogna drizzare le orecchie. Forse è nata una stella che è anche musicista.Se poi il prodigio in erba esordisce - a 17 anni: Carnegie Hall con la Philadelphia Orchestra - con un Concerto che è "tutta musica" come quello di Beethoven anziché col Concerto in re maggiore di Paganini e opta - su disco - per il Bach vertiginoso delle Tre sonate e Tre partite per violino solo che raccoglie a pioggia i "premi della critica", il musicista ha già la maiuscola.In due parole, la breve e già densa storia di Hilary Hahn, classe 1976, da Lexington (USA) ma di scuola in parte russa - Klara Berkovich - e in parte franco-belga (Jasha Brodsky, l’ultimo allievo di Eugène Ysaÿe), ammesso che di "scuole" con la globalizzazione eccetera si possa ancora parlare. L’aria minuta e grintosa, quel visetto serio e determinato ad oltranza di chi vuole andare in fondo alle cose anche discutendo (si preoccupa di scrivere le note per i propri CD) prima di passare ai fatti.Riascolto, in uno degli ultimi dischi targato Sony, il suo Concerto di Beethoven, accoppiato alla Serenata di Bernstein. Mi colpisce nelle cadenze – di Joachim – la violinista nata che sfodera un suono e mostra aplomb strepitosi. Mi colpisce maggiormente la "misura classica" del taglio interpretativo, quel suono limpido però corposo e all’occorrenza di beethoveniano mordente, il fraseggio ampio eppure serrato e nervoso che si propaga in orchestra, densamente sinfonica (quella di Baltimora diretta da Zinman) e dall’insolito "corpo" (anche il rilievo delle percussioni: di quei timpani che – la lezione di Haydn – sono peraltro Leitmotiv della partitura). Il primo movimento scorre come un dato di natura ma conosce anche le aree accidentate proprie di Beethoven. L’incanto lirico, la linea strumentale purissima e nuovamente la classica misura per cui Larghetto non corrisponde ad Adagio, li abbiamo nel tempo di mezzo, più luminoso che mai. Giunta al Finale, la Hahn attacca il ritornello del Rondò, franco e popolaresco, senza inutili indugi.L’esatto contrario di femminile come femmineo. Gli opposti poli di violiniste, di strumentiste ipersofistiche e dal divismo da retrogusto di enfant prodige capricciosamente a vita. Di chi per un dettaglio sacrifica l’insieme e per stupire suona "piano" anzi "pianissimo" ciò che è forte e viceversa."Classico" e "tutto musica" secondo il credo dell’artista è anche il recital in programma al Quartetto, dove la Hahn torna (la si era ascoltata nel 1999) al Bach del violino solo (la Terza sonata in do maggiore). Offre anche, assieme alla pianista Natalie Zhu, un piccolo spaccato di grandi Sonate: un Mozart bifronte – le inquietudini ad oltranza della Sonata in mi minore K 304 di contro all’esuberanza, allo smagliante re maggiore della K 376 – e la Prima sonata di chi, come Gabriel Fauré, da camerista nato e votato alla Chanson, lasciava il fastidio di orchestrare i suoi lavori agli altri.
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