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STAGIONE 2004-2005 • Società del Quartetto • Dialoghi e contrasti
Quartetto Belcea: rara fusione delle voci, suono trasparente, fraseggio che punta alla naturalezza dell’eloquio di Jacopo Pellegrini
Che bel nome Belcea, e come suona bene: quell’incontro di consonanti lì nel mezzo, sprigiona una dolcezza morbida, un accoccolarsi languido e un po’ sognante, da rêverie esotica. Niente di tutto ciò, peraltro, è dato ravvisare nello style maison: i quattro giovani, due donne e due uomini, a giudicare dai dischi vantano qualità spiccate in fatto di controllo, equilibrio, fusione delle voci, il suono trasparente anche nei pianissimo, mai dolce però, non seducente in sé, al contrario asciutto, compatto, effetto d’un fraseggio che punta alla naturalezza dell’eloquio. Se un quartetto dev’essere quasi un solo strumento suonato da quattro persone diverse, il Belcea allora è un vero quartetto. Le cui fonti, è bene sottolinearlo, vanno sì rintracciate nel Quartetto Berg (studi dal 1997 al 2000), ma anche e soprattutto nell’infiammata classicità dell’Amadeus: la nitidezza formale come rampa di lancio (non freno) per l’arcobaleno d’immagini sonore liberato dalla wiener Klassik e offerto in dono alla musica a venire. Un arcobaleno che nella letteratura quartettistica s’arricchisce coniugando la dimensione verticale dell’accordo, volta a conferire forza e icasticità ai temi dialetticamente contrapposti nella forma sonata, e quella orizzontale di libere voci in contrappunto tra loro. Da qui la pregnanza del tessuto musicale e al contempo la sua essenzialità: niente primedonne tra i quartettisti doc, l’antica supremazia del primo violino significherebbe offrire un’immagine parziale e distorta della grande letteratura otto-novecentesca; sì invece unità d’intenti, una chiarezza d’idee assoluta. La qual cosa non implica che gli strumentisti siano tutti su uno stesso piano tecnico: così, per esempio, non era nell’Italiano o nel Berg d’oggidì. E invece potrebbe essere (sempre sulla base delle incisioni) nel Belcea, ospite per la prima volta della Società del Quartetto dopo i tanti successi nelle sale mondiali. Alla quale vorremmo amichevolmente ma fermamente suggerire di eleggere un quartetto in residence per due o tre stagioni: sarebbe l’occasione per un utile e succulento ripasso d’un repertorio non men sterminato che meraviglioso. Vedi i brani scelti dal Belcea: l’op. 18 n. 2 (1799-1800), ovvero Beethoven nel mentre sembra guardare a Haydn lo travolge, piegandolo a un’inaudita complessità discorsiva; l’op. 132 (1823-25), cartina di tornasole per saggiare la statura interpretativa di qualsivoglia quartetto: concentratevi sull’attacco del terzo movimento, "Molto adagio", la celebre "Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, in modo lidico", vi svelerà ogni cosa sulla sensibilità, intelligenza, maturità dei musicisti; infine l’op. 94 di Britten, pagina di concentrata, struggente bellezza, tenuta a battesimo dall’Amadeus nel novembre 1976, due settimane prima della morte dell’autore. Più che un quartetto, una suite (l’ultimo movimento è una "Passacaglia", il secondo un "Ostinato", quindi un’eco dei bassi di danza barocchi), esente peraltro da sguardi retrospettivi, omaggi o nostalgie neoclassiche. Cinque aforismi dettati sulla soglia, eppure non hanno il sapore del commiato. Piuttosto di un abbraccio tra vita e morte.
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