STAGIONE 2005-2006 • Società del Quartetto • Il tempo
13 DICEMBRE 2005, MARTEDÌ - CONSERVATORIO "G. VERDI"
Angela Hewittpianoforte
J.S. Bach   - Suite francese n. 5 in sol maggiore BWV 816
L. van Beethoven   - Sonata n. 7 in re maggiore op. 10 n. 3
F. Chopin   - 2 Notturni op. 62
M. Ravel   - Le Tombeau de Couperin

La pianista Angela Hewitt: fantasia fiabesca e precisione implacabile
di Quirino Principe

È possibile vedere con l’udito e udire con gli occhi? Se lo è, se la frase di Madeleine in Capriccio, «Töne sprechen, Worte klingen», può essere variata in «Augen hören, Ohren sehen», allora noi vediamo, al primo apparire di Angela Hewitt nella sala di concerto e al suo primo avvicinarsi al pianoforte, la musica ch’ella farà uscire dallo strumento. Ancora altra poesia ci ritorna alla memoria. Hölderlin, Hyperions Schicksalslied: «Splendenti aure divine dolcemente vi sfiorano, come le dita della suonatrice toccano sacre corde». La classe, la leggerezza, la grazia della sua persona che sembra appartenere a un altro tempo, preannunciano l’arte di lei, quel connubio di fantasia fiabesca e di precisione implacabile che chiunque l’abbia ascoltata conosce. Nata a Ottawa nel 1958, figlia d’arte (suo padre era organista nella cattedrale), la Hewitt istituisce con immediata facilità un suo rapporto con il pubblico, raro a trovarsi altrove: non corteggia l’ascoltatore, non lo disdegna (chiunque potrebbe elencare nomi di pianisti appartenenti alle due opposte tipologie), bensì lo invita a unirsi a lei nel considerare l’atto magico del far musica. Per così dire, sin dall’infanzia ella ha risparmiato energie in ciò che è superfluo e accessorio (l’ideologizzare con il pianoforte, l’usare lo strumento come proiezione di sé in pubblico o come autogratificazione) per riversarle in sovrabbondanza in ciò che è essenziale: l’evidenza del significato, la qualità del suono, la fedeltà al testo musicale, la consapevolezza che lo stile va ricondotto alla giusta prassi esecutiva poiché il tempo e la storia meritano rispetto e custodia contro le adulterazioni, la certezza che al pubblico si può presentare la più ardua e austera silloge contrappuntistica senza intimidirlo e senza annoiarlo. Per questo, con coerenza portata all’estremo, la Hewitt sembra dichiarare sorridendo la vanità delle dispute in merito agli strumenti "autentici" (la nota querelle: «Questa musica è stata scritta per lo strumento della sua epoca, non per lo strumento moderno…»), dal momento che, spesso, la vera adulterazione dei significati è il "suonare in costume", ossia la presunta fedeltà congelata su un oggetto d’epoca, magari inadeguato a quegli stessi significati. Così, Angela Hewitt suona Bach sul pianoforte, e in maniera pianistica: rispettando con maestria di artista colta, anzi, armata di dottrina, il pentagramma così come il compositore del secolo XVIII l’ha empito di segni, ella mostra tuttavia le linee di continuità con il pianismo del Novecento, con Ravel o con Messiaen. Può stupire che questa pianista, vincitrice a vent’anni del Concorso "Viotti", poi del "Bach" di Toronto, del "Ciani" di Milano, fondatrice del Festival del Trasimeno e animatrice di giovani musicisti che vogliano fare musica d’insieme, si presenti, anche nella discografia di cui è protagonista, con un repertorio raffinatissimo ma relativamente circoscritto. In realtà, è tipica della pianista canadese l’eleganza con cui ella scende a fondo di ogni problema interpretativo, e il suo linguaggio è ricchissimo di lessico personale poiché ella, dopo avere costruito sulla tastiera un edificio architettonicamente perfetto e immune da qualsiasi crepa o bolla dell’intonaco, segue un percorso verticale portando alla luce ciò che è sotterraneo, non lasciandolo mai inespresso, ma riconsegnandolo, un istante dopo, all’invisibile e all’indicibile.

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