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STAGIONE 2005-2006 • Società del Quartetto • Il tempo
András Schiff e l’altra strada per eseguire Bach al pianoforte di Riccardo Risaliti
L’abitudine allo stile di Glenn Gould, "corretto" da quello dell’ultima attività pubblica e discografica di Rosalyn Tureck, si accompagnò negli ultimi decenni non sempre facilmente a riletture poco "barocche": Richter, Fischer, Gieseking. Comunque, dopo alterne vicende, si stabilizzarono due maniere abbastanza antitetiche, ma complementari, di eseguire Bach al pianoforte, almeno in discografia: quella di Gould, appunto, o di Friedrich Gulda, vitalistica, rigorosa, ascetica, spesso scontrosa e aggressiva, brusca ed essenziale; e quella di Schiff, più morbida ed espressiva. András Schiff viene dall’Ungheria, paese culturalmente al di là di ogni sospetto di disinteresse verso il barocco e verso Bach in particolare. Egli si interessò molto presto a questa musica; poi, dopo l’incontro con George Malcolm, parallelamente all’interesse verso altre epoche storiche e all’esperienza del fortepiano, registrò per la Decca una larga parte della produzione bachiana, ponendosi nel ristretto numero dei grandi interpreti di questo autore, capace di offrire una visione originale e plausibile della "trascrizione" bachiana sul pianoforte moderno. Dopo la Tureck e dopo Gould molti cercarono di imitare le raffinatezze timbriche dell’una o la vitalistica meccanicità dell’altro, creando vari aspetti di edonismo narcisistico, timbrico o digitalistico che fosse. Schiff innestò una sensibilità timbrica di marca romantica su di una perfetta conoscenza della Praxis, evitando sia il compiacimento digitale sia una finezza timbrica fine a se stessa, spostando il clima della sua esecuzione verso una intima Gemütlichkeit, una familiarità teneramente espressiva che ha qualcosa di estemporaneo (come quelle varianti e quegli abbellimenti inventati lì per lì). Ignorando, per superarne la posizione critica, la lezione di Gould. L’originalità di Schiff consiste nel senso del tempo, del tocco e dell’articolazione, non soggetti a logiche prefissate, e nella volontà di conciliare la sua visione espressiva con una semplicità didascalica, non priva però di levigatezza timbrica, di fantasia nel taglio delle microstrutture di fraseggio, nel gioco continuo dei vari registri dello strumento. In pratica Schiff manda a carte quarantotto tutte le belle idee scolastiche sull’uguaglianza del suono bello sempre e dovunque, in ogni scala e arpeggio o disegno di varia tipologia: con lui il "divino arabesco" bachiano si mostra nella bellezza espressiva di un’accorta disuguaglianza digitale, in una capillare diversificazione dinamica e una concezione polifonica a piani sonori. In una delle sue ultime grandi interpretazioni, quella delle Variazioni Goldberg, una spiccata caratterizzazione ritmica, addirittura coreutica, conferisce alle trenta variazioni una leggiadria e una serenità discorsiva che mai riscontrammo in altre pur illustri versioni, compresa quella da lui stesso a suo tempo registrata in precedenza.
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