Universalmente riconosciuto come uno dei migliori complessi da camera del mondo, il Quartetto Takács da trentacinque anni riscuote un indiscusso successo in campo internazionale. Formatosi a Budapest nel 1975 è uno dei quartetti d’archi più amato dal nostro pubblico che lo conosce da molti anni. Per il ritorno nella nostra Società il Takács ha formulato uno splendido programma. Il quartetto d’archi rimane l’espressione forse più duratura e profonda del mondo classico viennese. Nella scrittura per quartetto si riflettono i valori essenziali dell’Illuminismo e della sua generosa aspirazione a un mondo più regolato e giusto. La forza di questi ideali, incarnati in maniera limpida dalla musica per quartetto di Haydn, non ha mai perso del tutto la spinta propulsiva, malgrado le profonde trasformazioni avvenute nel corso del tempo. La storia del quartetto è segnata da momenti di grave crisi, periodi in cui la sua stessa esistenza viene messa in discussione. Dopo lo sconvolgente ciclo degli ultimi lavori di Beethoven, ad esempio, sembrava che la forma del quartetto non avesse più altro da dire e che il pubblico voltasse le spalle a un linguaggio diventato troppo difficile da capire. Il giovanissimo Mendelssohn, tuttavia, riuscì come per miracolo con il Quartetto in la minore a riprendere in mano il filo di questa esperienza e a trasmetterla ai musicisti del suo tempo. Allo stesso modo Bartók, un secolo dopo, seppe recuperare un dialogo vivo con la tradizione, dopo la violenta esplosione del linguaggio e delle forme musicali avvenuta agli inizi del Novecento.
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