Opera difficile per l’ascolto, afferrabile più attraverso intelletto che sensi, enigmatica quant’altre mai, l’Arte della Fuga («Die Kunst der Fuge») continua tuttavia ad affascinare, nella sua geometrica complessità polifonica, i musicisti del nostro tempo. L’opera, senza specifica destinazione strumentale, è prima di tutto – come scrive Alberto Basso in Frau Musika – il manifesto dell’ars subtilior, della musica che assottigliandosi e riducendosi all’essenziale si fa silenzio e si organizza in una forma talmente pura che il suono pare inafferrabile. Moderna e insieme antica, guarda per un verso al passato (alla stagione aurea della polifonia franco-fiamminga), e per un altro al futuro, come un diamante incorruttibile. Nell’edizione postuma del 1751, Carl Philipp Emanuel, secondo figlio di Johann Sebastian, informava i lettori che l’Autore è morto prima di portare a termine l’opera. La seconda edizione del 1756 si risolse in un fallimento. Se ne vendettero solo una trentina di copie e il ricavato non fu sufficiente nemmeno a pagare le lastre di rame. Ogni commento è superfluo.
in collaborazione con CCS, Centro Culturale Svizzero e Pro Helvetia, Fondazione Svizzera per la Cultura
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