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STAGIONE 2002-2003 • Società del Quartetto • Metamorfosi
Il concerto sarà presentato alle ore 20 nel foyer del primo piano della Sala Verdi del Conservatorio da Gian Mario Benzing
Valori forti per il "pianista dei pianisti"
È il primo pianista statunitense ad aver registrato, dieci anni fa, l’integrale delle Sonate di Beethoven: e l’exploit, oltreoceano, non ha fatto che amplificare ulteriormente una fama già eccelsa. Richard Goode, virtuoso newyorkese, è stato definito dal Times "il pianista dei pianisti"; sul New Yorker, David Blum ha esaltato non solo la bellezza "eccezionale" del suo suono, ma soprattutto la peculiare capacità dell'interprete di padroneggiare, nella sua centralità, il pensiero compositivo di un autore, la capacità di rendere tangibile la spontaneità del processo creativo, di far comprendere la valenza semantica di un’opera musicale al di là di ogni pregressa percezione. Forse sono semplicemente la cultura, la finezza e la strenua fedeltà ai Classici europei (soprattutto Beethoven, Bach; e Mozart, di cui ha inciso l’integrale dei Concerti con l’Orpheus Chamber Orchestra); forse sono "solo" queste le virtù di Goode che così prepotentemente abbagliano le platee americane, abituate a un contesto di entertainment ove l’eclettismo significa sovente annullamento di scale di priorità e appiattimento di valori, secondo il falso mito democratico del cross-over oggi così di moda. Per nostra fortuna, i valori, in Goode, restano sacri e splendono possenti. Il maestro ha studiato con Elvira Szigeti e Nadia Reisenberg al Mannes College of Music e con Rudolf Serkin al Curtis Institute. La sua carriera si è decisa presto, anche grazie alla conquista di riconoscimenti come lo Young Concert Artists Award, il primo premio al Concorso Clara Haskil, l’Avery Fisher Prize, o il Grammy vinto in duo con il clarinetto di Richard Stoltzman. Oggi Goode è, con Mitsuko Uchida, il direttore artistico della scuola e del Festival di Marlboro ed è conteso dalle più prestigiose orchestre del pianeta, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, dalla London Philharmonic alla San Francisco Symphony, dalle orchestre berlinesi ai sommi complessi di Cleveland, Boston e New York. Specchio del suo rigore, ma anche della sua ricerca di intensità, è il composito programma prescelto per il recital in Conservatorio: una carrellata quanto mai fantasiosa su quattro secoli (e oltre) di capolavori: dal sottile tratteggio dei virginalisti, colti nelle spirituali eleganze di Byrd, con alcune pagine dal Lady Nevell's Book, fino alle diluite evanescenze dei Preludi di Debussy; dalle rarefatte tensioni mentali del Mozart più maturo e dell’ultimo Beethoven (l’op. 109 con il suo mirabile intreccio di Sonata e Variazione) ai sentimenti "puri" dello Chopin più fiammeggiante e nostalgico, citato con l’Improvviso n. 3 op. 51, le ardenti memorie delle Mazurche op. 30 e il favoloso slancio della Polonaise-Fantaisie.
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