Dopo il concerto finale della 143° Stagione della Società del Quartetto, Murray Perahia racconta la propria passione per lo studio della musica.
Come si sente dopo un concerto? Si sente esausto o arricchito?
Dopo un concerto provo un insieme di sensazioni, una di queste è certamente il sollievo, un'altra è ripensare alla musica, a quello che avrei dovuto o potuto fare, nuove riflessioni su ciò che ho suonato. E sono anche felice.
Cosa significa dedicare la propria vita alla musica? Lei una volta ha detto che è più che conoscerla, più che comprenderla.
È difficile rispondere! La musica è un argomento molto profondo per me, investo molto tempo nel cercare di capirla, di capire il tono di una musica, perché c'è una certa nota e non un'altra, cosa la unifica, cosa la rende un miracolo.
Ritengo che i grandi capolavori, Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, siano dei miracoli, un vero miracolo di Dio. E penso che sia fondamentale riuscire a sapere di più sull'educazione che hanno avuto questi compositori. Ad esempio Mozart fece degli studi molto intensi in Italia, con padre Martini, sul contrappunto. Tutti i compositori hanno continuato a studiare per tutta la vita.
I compositori devono continuare a studiare, ed i musicisti devono continuare a studiare i compositori.
Lei non è nato in una famiglia di musicisti, tuttavia si è avvicinato alla musica molto giovane.
Mio padre amava molto la musica, non era un musicista ma penso che lo avrebbe voluto essere. Mi portava all'opera, e a New York ciò voleva dire andare al Metropolitan Opera, che metteva in scena esclusivamente opere italiane. Ho avuto un'educazione completa andando ogni sabato sera al Metropolitan, ascoltando praticamente tutto Puccini, tutto Verdi, a volte Donizetti... Tutta la produzione italiana. Ciò ha significato un grande amore per il canto. Poi mio padre mi comprò un piccolo piano, quasi un giocattolo, e partendo da quello sono passato ad un piano più grande, ho avuto diversi insegnanti... È andata così.
La sua carriera ha avuto delle pause obbligate, mi riferisco in particolare all'incidente del '91. Lei è però riuscito a trasformare questi momenti di inattività in momenti molto fertili dal punto di vista dello studio e della teoria.
Ci sono stati dei periodi in cui non ho potuto suonare, fu molto difficile per me, ma sentivo di dovermi occupare di musica. Quindi mi misi a leggere, lessi molto i grandi compositori come Bach e Haendel, che mi ispirarono molto, ma lessi anche lavori analitici, per comprendere meglio la musica.
Quando ritornai al piano volevo utilizzare ciò che avevo studiato, volevo mettere a frutto quello che avevo imparato, e semplicemente sono anche molto felice di poter suonare di nuovo.
Bach è stato uno degli autori “scoperti” grazie a queste pause dall'attività concertistica.
Avevo cominciato a studiare un po' di Bach con la mia insegnante Jeannette Haien, ma non lo suonavo molto. C'è anche stato un periodo in cui i grandi pianisti dicevano che non si doveva suonare Bach al piano, ma questo ebbe solo l'effetto di spingermi a farlo. Quindi quando non ho potuto suonare l'ho studiato molto, e quando sono tornato a fare concerti era quella la musica che volevo suonare.
Riguardo al programma di stasera, il titolo della Stagione del Quartetto era “Deliri e Armonie”: perché ha scelto proprio questi brani?
Non so perché abbia scelto i pezzi che ho suonato stasera, è un processo istintivo. So di dover suonare Bach e Beethoven, e da questo segue il resto, si costruisce il programma. Ci sono molti contrasti, e questo per me è molto importante.
Il brano di Beethoven è molto scuro, c'è un collegamento con il delirio, mentre il brano di Mozart è molto solare. In Bach c'è molta gioia, e in Chopin ci sono tutte le emozioni.
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