|
Incontro con Daniel Hope
Il genio della versatilità
Daniel Hope, violinista virtuoso e musicista poliedrico, ci concede una breve intervista durante le prove del suo concerto del 17 febbraio. Lei presenta al pubblico del Quartetto un programma in sintonia con il suo approccio molto libero: da Manuel de Falla a Grieg passando per Beethoven e Mendelssohn. Ci spiega cosa ha guidato la sua scelta? Questo programma rappresenta la musica che amo. La musica di Mendelssohn mi è particolarmente vicina, la suono da tutta la vita e le sue canzoni sono tra i pezzi più belli che lui abbia scritto. Non ho una gran voce come cantante, ma ho avuto la fortuna di trascrivere le canzoni per gli strumenti. Lei è alla ricerca continua di nuove forme d'espressione. Si muove a 360 gradi. Il suo curriculum include le prime registrazioni delle nuove edizioni dei concerti per violino di Berg e Mendelssohn, l'appartenenza al mitico Trio Beaux Arts, esperimenti con il jazz e i raga indiani, ha suonato con Ravi Shankar, ha collaborato con musicisti rock-pop come Stuart Copeland e Bobby McFerrin, con attori quali Klaus Maria Brandauer e Mia Farrow. Io amo la musica, e cerco di non fare distinzione fra i vari generi. Ci sono grandi musicisti nel mondo e ho la fortuna di aver suonato con loro. Che sia musica indiana, jazz o classica, posso imparare molto da questi musicisti. La cosa più importante è aprire bene le orecchie, ed è proprio quello che provo a fare quando suono con loro. Se per esempio suono musica indiana capisco qual è il suo ritmo, e questo ritmo lo posso anche applicare a Beethoven, a Brahms... Lo stesso accade se ascolto un bravo chitarrista, un flautista, un grande cantante o un grande attore, assorbo il loro senso del tempo e il modo con cui danno forma al loro linguaggio, in cui usano il loro linguaggio. Come musicista è quello che cerco di fare anch'io, e ciò accade perché tengo le orecchie bene aperte. Lei è celebre per aver ridato voce ai compositori ebrei condannati al silenzio dai nazisti. La musica quindi diventa uno strumento per trasmettere la memoria? La musica è uno dei migliori modi per ricordare. Ho studiato molti compositori la cui musica veniva composta nei i campi di concentramento, come Teresianstadt in Cecoslovacchia: questa musica non ha bisogno di una storia perché è già così potente. Ma se hai anche una storia allora il tutto diventa incredibilmente forte. Questa musica è stata composta da un uomo senza futuro, al contrario della musica che un futuro lo ha: per noi è importante suonare queste melodie, per ricordare questi uomini ed essere il loro futuro. Il suo è un percorso eccezionale. Sua madre era la segretaria di Yeudi Menuhin e, ancor prima di camminare, lei era completamente immerso in un ambiente musicale. Si racconta che lei abbia detto che voleva diventare violista quando aveva quattro anni... senza mai essere stato formalmente l'allievo di Menuhin era comunque il suo pupillo. Ha acquistato il suo famoso violino, il Januarius Gagliano del 1769 e, nel 1999, ha suonato al suo funerale. Insomma la sua strada era tracciata dalla nascita... Fin da bambino ho sempre desiderato diventare un violinista, ma con il passare degli anni sono cambiato: non voglio essere solo un violinista, ma anche un musicista, perché la cosa più importante è essere innamorati della musica. Ho anche molti hobby però, mi piace molto il cinema e non mi sarebbe dispiaciuto diventare un filmaker, ma al momento c'è così tanto da fare con la musica che mi devo concentrare su di essa. |