Giovanni Sollima ci ha concesso una breve intervista durante le prove del suo concerto di martedì 21 aprile.
Lei è arrivato alle prove portandosi appresso un grande ramo secco, è in qualche modo in relazione con il concerto di stasera? Il ramo è metafora di qualche cosa?
Certo che sì. Nel violoncello c'è la memoria del ramo, ne ha un po' il DNA, il violoncello è un albero. Fin da bambino andavo sotto i rami, mi arrampicavo sugli alberi e adesso sento di essere io stesso ad abbracciare il violoncello, che è un albero, e ogni tanto mi sento anche abbracciato dal violoncello... Non so, è il segno di un rapporto con il legno, con il respiro; è la memoria di questo organismo vivente che è albero e al tempo stesso violoncello.
Nel programma di stasera c'è un brano, “When We Were Treesâ€, che allude anche al titolo del suo disco, “We Were Treesâ€. Ci vuole parlare di come questa parte di programma si fonde con gli altri suoi pezzi?
“We Were Trees†significa 'eravamo alberi', e il progetto è una sorta di viaggio attorno a questa dimensione: c'è anche un collegamento con il concetto di “Family Treeâ€, cioè albero genealogico, una sorta di DNA che passa attraverso generazioni di personaggi che hanno esplorato un po' il mondo attraverso il violoncello, lo strumento ad arco.
Poi ci sono delle figure specifiche come quella di Luigi Boccherini; io fantastico da sempre su di lui, è un violoncellista che in tempi lontanissimi, in epoca pre-classica post-barocca, era già in Spagna a creare suoni onomatopeici, imitando i suoni degli uccelli, inventando nuove tecniche, vivendo in bilico tra leggerezza e tragicità . Ci sono dei brani di aspetto forse più contemplativo, al tempo stesso però più astratto, in cui c'è un legame con l'interiorizzazione di un organismo che è un po' lo stesso dell'albero, ma è un po' anche il nostro corpo sia sul piano biologico, che sul piano antropologico. Io vivo, quando sono a Palermo, di fronte a uno degli alberi più antichi, più misteriosi e più grandi della città : all'epoca della Santa Inquisizione, quando Torquemada mandò i suoi uomini, lì molti venivano giustiziati per presunta stregoneria; l'energia dell'albero e della piazza è straordinaria e mi comunica diverse cose.
Credo e spero che ci siano brani in cui quest'idea astratta è percepibile nel puro suono, altri in cui c'è una struttura come in un racconto, come se si aprisse un libro e si leggesse una storia, a volte delirante...
Lei mescola con molta libertà forme e linguaggi musicali. Il suo rapporto con la classicità è molto libero, come se lei fosse sempre in una dimensione esplorativa. Le corrisponde questa definizione?
Credo di non aver mai lasciato la classicità , semmai adesso mi sento più vicino all'antichità , a qualcosa che la precede, al barocco. Prima di tutto sono un violoncellista, se mi tolgono il violoncello io smetto di fare qualsiasi cosa, anche di scrivere, perché tutto quel che faccio avviene attraverso questa sonda di legno che mi fa stare il bilico tra passato e presente, è di una atemporalità totale.
In realtà io sono un curioso patologico, è l'unica cosa che ho capito di me; esploro le voci, le forme di vocalità , le tecniche, lo spazio, i luoghi ed è come se il violoncello fosse davvero una sonda e con lui tentassi di fare una scansione in legno, con lui che è di legno, di tutto ciò che mi circonda, elementi sonori e non solo. Non che io voglia fare un fritto misto di tutto, ma nella realtà i segnali sono molteplici, oggi sempre di più. Trovo che questa cosa sia sublime, mi piace molto essere confuso in questa giungla, una babele salutare di suoni, voci e informazioni. Mi interessa anche l'aspetto della decodificazione, dell'assimilazione e dell'intervento su questa materia. Penso che ti assista sempre il senso dell'architettura, dell'ordine e se hai il senso dell'ordine, se lo intercetti, non mi capita sempre di riuscirci, la cosa bella poi è disordinare di nuovo, spostare l'asse, far crollare tutto.
I suoi collaboratori dicono che lei è imprevedibile. Ama improvvisare?
Quando scrivo una partitura, per me è un progetto pronto al quaranta, cinquanta, al massimo al settanta per cento. È come un cantiere che rimane aperto fino al momento in cui la suono in pubblico. Ecco perché sono un violoncellista e non amo fare il compositore, non amo stare seduto, se sento suonare un brano mio e non sono coinvolto fisicamente, divento maleducato, mi distraggo. Credo che anche in molta musica del barocco, ad esempio, la scrittura è completa al 60%, poi il resto era affidato all'interprete con l'improvvisazione, gli ornamenti, una serie di dettagli e di elementi che sono legati, un po' come accade nel rock, nel pop, nel jazz e in altra musica. L'elemento improvvisativo spesso non significa alea e libertà assoluta nel senso deleterio del termine, ma significa aprire e scoprire l'anima: c'è l'adrenalina, ci sono una serie di elementi, anche la comunicazione con il pubblico, che tra le quattro mura di casa o in uno sterile studio o dallo schermo di un laptop non troverai mai, se non quando vengono fuori dalla pelle, dal calore, dalla temperatura corporea, sonora. È lì che succedono delle cose imprevedibili, che sono sempre parte di quell'organismo musicale, che in qualche modo è li che galleggia, gravita intorno al componimento.
Come è diventato violoncellista?
Il violoncello l'ho conosciuto a casa mia, quand'ero bambino. Prima che nascessi c'era già un violoncello in una custodia. A casa mia si fa musica da credo 200 anni circa, mio padre era musicista, ho fratelli e sorelle musicisti, lo zio, la nonna, e via di seguito. Il mio primo maestro fu mio padre, con il quale facevo un duo. Verso i 10 anni, 10 anni e mezzo ho cominciato a studiare il violoncello, lottando per ottenere questa risposta da parte dei miei, perché è uno strumento fisicamente duro... L'ho amato subito.
Mia madre mi racconta questo episodio divertente: ero seduto sul seggiolone, loro provavano, qualcosa del repertorio per violoncello e pianoforte, e quando smettevano per dirsi qualcosa io cominciavo a strillare, e allora loro dovevano comunicarsi informazioni sui tempi o altro suonando, facendo qualcosa. Mia madre mi ha raccontato anche che per un periodo io facevo uno strano movimento con la testa cadenzando ritmicamente, e mio padre poi ha scoperto che era la Sonata opera 38 di Brahms, che è stato fra i primi pezzi che poi ho studiato!
Tra le molte cosa che fa cosa le da più soddisfazione?
Non so cosa mi da più soddisfazione, sono tante, e molte riguardano la sfera privata, ma musicalmente è la cosa più semplice: quando con il violoncello ho la percezione di questa vibrazione che tocca dalle ginocchia, di questo strumento che forma una diagonale sul corpo che fa 90 gradi col suolo, non so...
È una sensazione di staticità e di equilibrio assoluto. Mi basta solo questo.
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