Videoincontro con l'Artemis

Incontriamo Eckart Runge, prima dell'esibizione del Quartetto Artemis per parlare di Beethoven e soprattutto dell'entusiasmo che ci vuole per essere un musicista

Questa sera ci proporrete l'op. 18, 95 e 132 di Beethoven, quali sono le motivazioni dietro questa scelta?
La prossima stagione faremo il ciclo completo di Beethoven, un sogno che stiamo cercando di realizzare da molti anni. È un grosso lavoro programmare gli innumerevoli quartetti di Beethoven, vi sono vari modi di farlo. Abbiamo deciso di non creare programmi basati su un ordine cronologico, ma di crearli in base alle connessioni o alle opposizioni fra le varie opere. Questa sera suoneremo l'.op. 18 n.1 e l'op. 95 prima della pausa e l'op. 132 dopo la pausa.
É un'esperienza che definirei “meravigliosamente personale” confrontarsi con questi quartetti. Credo che ci siano molte combinazioni che potrebbero funzionare. È stato un enorme lavoro di composizione metterli tutti insieme: l'op. 18 è un quartetto d'archi molto tradizionale composto da quattro movimenti, ricollegabile a Mozart e Haydn, ma si può già sentire nelle profondità del movimento lento il potenziale estremamente moderno che Beethoven ha avuto nei suoi primi quartetti: una cosa che colpisce a priori.
Suonare questi quartetti è un'esperienza unica, quasi cosmica: questi pezzi sono come un immenso universo, forse i più moderni che siano mai stati scritti. D'altra parte è emozionante indagare il lavoro che Beethoven ci ha messo nel comporli, e suonarli tutti differisce sensibilmente dal suonarne uno solo.
Abbiamo scoperto molte più connessioni fra le opere dopo aver realizzato i programmi rispetto a due anni fa quando li stavamo ancora realizzando.
L'op. 95 è una delle composizioni più radicali che Beethoven abbia mai scritto, è molto compatta. È composta da 4 movimenti e dura appena venti minuti; questa è più o meno la durata di un movimento degli ultimi quartetti di Beethoven: l'estrema brevità dell'op.95 è semplicemente impressionante.
L'op. 18 invece è in grado di fornire già un'ampia prospettiva del periodo romantico. L'op. 95 (ripete la risposta sull'op. 95 di prima). In un certo senso è una sorta di Anton Webern ridotto allo stretto necessario. L'op 132 è il primo degli ultimi quartetti. A partire l'op. 127 si ripresenta sempre lo stesso tema: SOL acuto, LA, MI. C'è poi questo incredibile movimento lento nella “Canzone di ringraziamento offerta alla Divinità da un guarito” del terzo movimento e credo questo sia una delle vette nella storia del quartetto.
Suonare questi quartetti d'archi di Beethoven non è solo un'esperienza “cosmica”, è per noi anche un'occasione estremamente di conoscere in maniera quasi personale il compositore. Tendiamo sempre ad immaginare Beethoven come un uomo impetuoso con una forte volontà e forse anche un po' irascibile, ma nei suoi quartetti ci rivela anche una personalità delicata, momenti di vulnerabilità e calma. È una grande esperienza potersi confrontare con questi capolavori.

Il Quartetto Artemis è nato 1989. Ci parli del vostro percorso in questi ventun anni di carriera.
Avevamo un'idea delle persone con cui volevamo suonare sia quando abbiamo cominciato, sia quando abbiamo dovuto cambiare il nostro gruppo. Abbiamo lavorato molto per mantenere le caratteristiche individuali di ogni singolo componente del quartetto. È parte della nostra filosofia: un materiale umano variegato e ricco, cioè quattro individui, ciascuno una sua personalità che può essere molto differente dalle altre, unite per formare un gruppo. Eravamo molto diversi e lo siamo tutt'ora. Siamo inoltre molto contenti del caldo benvenuto che la stampa e il pubblico hanno riservato ai nuovi membri.
D'altra parte è molto difficile per me giudicare dall'interno: fondamentalmente facciamo la stessa cosa cercando di suonare sempre al meglio. Questo non è cambiato e ci sentiamo onorati di suonare con questi due nuovi membri. È più o meno come nella vita: si deve vivere la propria intimità con le persone a cui ci si sente legati: il quartetto è un po' come un matrimonio fra quattro persone. Ma, come nella vita, ogni percorso può essere soggetto a cambiamenti, un fatto che spesso viene vissuto come una minaccia al normale equilibrio, ma che invece si può dimostrare un'occasione straordinaria.

Secondo la sua personale esperienza, quale qualità distingue un musicista da un artista?
Ad essere onesti non saprei dirlo con precisione, ci sono molti fattori che rendono artista un musicista. Si deve avere energia ed entusiasmo, e non credo che siano cose che si possano acquisire se non le si possiede già in partenza. Inoltre bisogna avere una forte volontà, avere la capacità di trasformare i propri sforzi in un modo per affinare la propria personalità artistica. È qualcosa che sta in mezzo, in un certo senso è qualcosa di innato, un talento naturale che deve poi crescere e svilupparsi. Noi vogliamo fare ciò che facciamo al 100%., e per fare questo serve molta pazienza e preparazione. La pazienza e l'entusiasmo sono doti rare e difficili, ma è bellissimo quando si riesce ad ottenerle. Poi ci si deve aiutare vicendevolmente e, come gruppo, si deve aver idee ben chiare su quel che si deve e non si deve fare.

Molti nel suo campo sono spesso figli d'arte. Viene anche lei da una famiglia di musicisti?
Vengo dalla tipica famiglia di amanti della musica, in cui è considerato naturale che i bambini imparino a suonare uno strumento come un hobby da affiancare alla professione che si sceglierà nella vita; con me invece si sono sbagliati.
Tuttavia devo dire che quando ero bambino al primo contatto con la musica a volte l'ho amata, ma a volte l'ho anche odiata.

Ci parli dell'apprendimento e dell'insegnamento.
Insegnare e imparare sono due cose strettamente connesse. Ora che insegniamo all'Università di Berlino possiamo constatiamo questo fatto più che negli anni scorsi, durante i quali abbiamo gestito solo classi di perfezionamento. Adesso abbiamo più responsabilità nei confronti dei giovani gruppi e dei giovani studenti. È comunque una cosa ci piace tantissimo. Insegnando ho imparato molte cose anche su me stesso e posso vedere gli studenti come ero io quando ero come loro, perché so esattamente come si sentono. È un privilegio poter scambiare la propria esperienza con persone più giovani .

Nel 1998 avete trascorso un anno di studio a Vienna con il Quartetto Alban Berg, qual è il vostro rapporto con questi vostri “maestri”?
Il quartetto Alban Berg è stato uno dei nostri “maestri” più influenti ed è stato l'ultimo quartetto con cui abbiamo suonato seriamente. Sarebbe molto difficile parlarne ora in così poco tempo, per quanto erano diverse le loro personalità. C'è una cosa che mi ha colpito, degna di menzione e che credo sia da prendere come esempio da qualunque musicista: l'approccio che hanno sempre avuto verso i pezzi che eseguivano. Si è trattato sempre di un approccio personale alla musica che suonavano. Quando erano sul palcoscenico, avevano sempre qualcosa da dire. È un fatto che si può apprezzare o no, ma davanti al quale non si può rimanere indifferenti. È una qualità, secondo me, molto importante,e nel momento in cui un gruppo non è più in grado di metterla in atto forse vuol dire che è tempo che smetta. Mi sembra incredibile come il quartetto Alban Berg abbia continuato per trent'anni a suonare con passione come se fosse il primo o l'ultimo dei loro concerti.

Parliamo del vostro vastissimo repertorio capace di spaziare da Beethoven e, passando attraverso i romantici, arrivare con disinvoltura ai contemporanei come Widmann e Larcher.
Per noi non è accettabile quel clichè secondo cui i quartetti d'archi fanno solo musica piacevole, rasserenante, tranquilla... Il quartetto d'archi è la formazione ideale del 21° secolo, capace di dare alla gente sa possibilità di pensare e allo stesso tempo di provare emozioni, una forma moderna insomma, o almeno è così che noi la vediamo. Da questa idea deriva la varietà del nostro repertorio.
Questo è il nostro approccio: non si può separare la vecchia musica dalla nuova, questo è il nostro approccio, credo che la musica sia una forma comunicativa molto intima e moderna, che sia soprattutto anti-commerciale, anti-mondana, contraria all'anonima cultura di internet.

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