Videoincontro con Leif Ove Andsnes

Incontriamo il pianista norvegese durante le prove del suo concerto del 21 febbraio.

A sedici anni lei si è diplomato al conservatorio. La musica è stata immersione totale da subito, fin da bambino sapeva che sarebbe diventato un pianista?
I miei genitori erano insegnati di musica, avevamo un pianoforte in casa e insegnavano ad altri bambini; io ho iniziato a suonare il piano prima dei 5 anni, ma non immaginavo che sarei diventato un pianista. Per me era semplicemente un hobby, anche se lo prendevo seriamente. Vengo da Karmoy, una piccola isola sulla costa occidentale della Norvegia ed ero molto solo nel percorso di apprendimento, non avevo amici, coetanei, che suonassero e condividessero le mie scelte. Quando ho compiuto quindici anni ho cominciato a realizzare che stavo diventando un pianista. Abbandonati gli esercizi monotoni degli inizi mi sono iscritto al conservatorio di Bergen, in Norvegia, dove ho avuto come insegnante e guida il cecoslovacco Jiri Hilinka che mi ha aiutato moltissimo a capire quanto potevo esprimere con il piano. Dai 16 anni ho iniziato a suonare in molti concerti in giro per il mondo.
Verso i vent'anni ho attraversato un periodo difficile. Ero cresciuto musicalmente, la mia carriera stava decollando, ma non avevo una grande repertorio e, soprattutto, non avevo abbastanza esperienza. Nei concerti, mi sembrava di essere un po' ripetitivo, eseguivo sempre pezzi di compositori norvegesi, Grieg, musica di Prokofiev... Mi sembrava molto lento e difficoltoso trovare altre strade. Poi la crisi è passata, ho iniziato a sentirmi più libero, mi sono lasciato andare a cogliere altre opportunità, a percorrere altri stili musicali.

Schumann, Kurtag, Chopin. Cosa l'ha guidata nella scelta degli autori che suona per il Quartetto?
Ho messo in programma Schumann e Chopin, perché ricorre il duecentesimo anniversario dalla loro nascita. Volevo far emergere le differenti anime di Schumann.
La prima parte del concerto inizia con 3 Romanzen op. 28, pezzi forti che trasmettono emozioni diverse, ma forti e intense. Poi si passa alla Quinta delle 8 Novelletten op. 21, fa parte dello Schumann più “schizofrenico”, il più desideroso di esprimersi, particolarmente carico ed energico.
Di Schumann ho inserito poi il Kinderszenen op. 15, che è ancora diverso, si ha la percezione che sappia descrivere le emozioni e i sentimenti di un bambino che variano con le situazione. È Il suo capolavoro, una visione così semplice e perfetta.
Tra i pezzi di Schumann ho inserito György Kurtag, che, tra i compositori contemporanei, forse, è uno dei miei preferiti. È assolutamente fantastico e ho scelto una selezione di brani da Játékok. Penso che Kurtag abbia delle similitudini con Schumann, i suoi pezzi sono molto spesso legati a ricordi e messaggi di persone che conosce, a oggetti e persone che fanno parte della sua vita. È così anche per Schumann, nella sua musica lancia spesso messaggi segreti, specialmente a Clara, l'amore della sua vita, ma troviamo anche riferimenti ad altri amici, c'è una sorta di galleria immaginaria di persone.
Nella seconda metà del concerto suono Chopin: 2 ballate, 4 Valzer e un Notturno. È il mio più grande amore al momento, lo sto scoprendo ora. È un genio, la sua è una musica incredibile, è un po' come Mozart, non puoi eliminare nemmeno una nota, perché altrimenti il pezzo sarebbe incompleto. È molto complesso, sentimentale e insieme non sentimentale, dolce, ma forte. Chopin amava il bel canto italiano, amava Bellini, ma nello stesso tempo anche Bach, che suonava tutti i giorni. È un compositore unico. Lo adoro.

Come diceva, lei viene da una piccola isola, immersa nella natura. Ha iniziato e ama profondamente Grieg, Sibelius... Esiste una sensibilità norvegese, nordica, per la musica? Si sente nordico?
Non so se si possa limitare la sensibilità alle aree geografiche. Ma penso che se cresci con un tipo di musica è naturale sentirsi più vicino a quel tipo di musica. È istintivo per me, essere più vicino alle grandi musiche nordiche che alla musica di Albéniz, ma ciò non significa che io non possa comprendere l'evoluzione della musica spagnola contemporanea, semplicemente mi ci vuole più tempo.

Lei ha suonato nelle maggiori sale da concerto del mondo: il Carnegie Hall di New York, il Barbican Centre a Londra, la Schauspielhaus a Berlino, la Konzerthaus e la Musikverein a Vienna, la Münchner Philharmonie, la Glasgow Royal Concert Hall... È già la terza volta che è ospite del Quartetto, com'è suonare a Milano?
Ho suonato qui, credo, l'ultima volta un paio di anni fa. Ho notato i cambiamenti della sala, è molto meglio ora che è stata rinnovata, c'è una buona acustica e un pubblico eccellente e competente. In generale amo davvero suonare in questa stanza, qui c'è anche un buon pianoforte e sono felice di poterlo risuonare.

Lei è co-direttore artistico del festival di Risør, che ogni anno porta in Norvegia musicisti quali Emanuel Ax, Ian Bostridge,Matthias Goerne, Barbara Hendricks, Gidon Kremer e Maxim Vengerov. Cosa significa essere il direttore di un Festival? Chi vorrebbe portare prossimamente?
Questo ruolo mi da la possibilità di sperimentare ogni volta programmi diversi. Quando vado ai concerti mi piace ascoltare l'incontro tra passato e presente nello stesso programma, combinare quartetti, pezzi solo piano o con orchestra. Ci sono sempre un paio di compositori “residenti”, ma mi piace mescolarli con altri “ospiti”. Ci sono molti concerti nella stessa settimana del festival, si crea un senso di comunità, è una grande occasione di incontro per i musicisti

Qual è il compositore che sente più vicino al suo cuore, alla sua sensibilità?
È molto difficile scegliere un compositore più vicino al proprio cuore. Rimangono, e rimarranno sempre, i grandi compositori: Bach, Beethoven e Mozart. Al momento, però, penso che sia Chopin quello che parla più incredibilmente vicino al mio cuore.

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