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Videoincontro con il Quartetto di Cremona

Un'intervista a 4 voci alternate: i due violini, Cristiano Gualco e Paolo Andreoli, la viola Simone Gramaglia, il violoncellista Giovanni Scaglione si raccontano per la Società del Quartetto.

Voi siete giovani, inusualmente giovani come quartetto. E già avete raggiunto un meritato successo...
Cristiano Gualco: Il quartetto di Cremona è un quartetto ancora giovane. Il nostro insegnante Bayerle, del quartetto Alban Berg, ci diceva che saremo considerati giovani fino ai cinquant'anni. Come individui siamo sui trentacinque anni, tranne Paolo Andreoli che ha meno di trent'anni. Siamo, invece, giovani come quartetto perché esistiamo da dieci anni e la carriera di un quartetto può essere pluridecennale, e a questo noi aspiriamo. Aver fatto quartetto è uno dei nostri punti di orgoglio, averlo scelto, forse in maniera frettolosa e incosciente, quando avevamo intorno ai 24-25 anni, come attività esclusiva. Abbiamo lasciato gli ingaggi da solisti, il fare orchestra, spinti anche dal nostro maestro Piero Farulli, della scuola di musica di Fiesole. Una scelta rischiosa, un po' pazza, ma ora siamo veramente soddisfatti di quello che abbiamo raggiunto vedendoci tutti i giorni. Oggi abbiamo un calendario ricco di concerti, molti progetti da portare avanti. Ci riempie il cuore di gioia perché questo è un mestiere difficile e noi lo facciamo veramente con molto amore. È un mestiere che ti porta ad andare sempre avanti e a migliorare te stesso. Suonare musica meravigliosa vuol dire fare qualcosa di buono per il pubblico che ha sempre bisogno di sentire e di pensare a qualcosa di bello.

Il Quartetto di Cremona entra a far parte della famiglia della Società del Quartetto: fino al 2014, i 150 anniversario della nostra Associazione, sarà quartetto in residence. Per la prima volta la Società del Quartetto di Milano adotta un artista. Come vivete questa esperienza che ha come obbiettivo quello di dare vita a progettazione, creazione, esperienze, nuove opportunità?
Simone Gramaglia: Ogni traguardo per noi è un punto di partenza e quindi la residenza al quartetto è una grande sfida da affrontare con tanto studio, tanto lavoro, tanta preparazione. Mentre in altri paesi del mondo la residenza è una realtà affermata in Italia è un'occasione rara e per noi è veramente qualcosa di prestigioso perché ci porterà ad affrontare l'esecuzione integrale dei quartetti di Beethoven articolata in 3 concerti nella stagione 2012-13 e 3 concerti nella stagione 2013-14; per ogni quartetto, naturalmente, questo è un grande banco di prova. Abbiamo imparato in questi anni che è solo con grande lavoro e grande umiltà che si può arrivare e mantenere un livello degno di questa musica. Noi continueremo a lavorare il più possibile perché questo è un mestiere splendido, ma, anche, perché vorremmo provare a essere un esempio in Italia, per i ragazzi che vogliono provare a dedicarsi alla musica da camera e al quartetto in particolare. Vogliamo mostrare che è una scelta dura e difficile, ma che alla fine può ricompensarti. Le grandi società, giustamente, prima di riconoscere il valore di un gruppo hanno bisogno di vedere che si fa strada nel proprio paese e nel mondo, all'inizio possono mancare le strutture che supportano i ragazzi.

È difficile, in Italia, la vita di un giovane musicista di talento?
Giovanni Scaglione: Soprattutto agli inizi le difficoltà sono tante. A differenza che in altri paesi, in Italia non ci sono strutture che possano sponsorizzare giovani musicisti sia economicamente, sia con il prestito di strumenti importanti. Vogliamo, con la nostra esperienza, essere di riferimento, in Italia, a quartetti, o trii di musica da camera, perché, lo possiamo affermare tutti, ne è valsa la pena. Abbiamo incontrato musicisti grandissimi, professionalmente e umanamente: tra tutti mi viene in mente Piero Farulli con il quale abbiamo iniziato e che ci è stato di esempio, non solo quando suonavamo.

Cosa vuol dire suonare insieme, essere gruppo? Com'è la relazione tra di voi? Sappiamo che siete anche stati oggetto di un esperimento universitario per misurare scientificamente il vostro livello di empatia. Ce lo raccontate?
Paolo Andreoli: Suonare insieme non è facile perché bisogno mettere d'accordo quattro teste, nel nostro caso completamente diverse. Abbiamo idee musicali diverse, modi di suonare diversi, approcci alla musica diversi, ma siamo tutti abbastanza malleabili. Alla fine riusciamo ad arrivare ad un accordo e a dare il meglio per un esecuzione più bella e completa possibile. Siamo stati sottoposti, dal punto di vista scientifico, ad un esperimento che abbiamo svolto a Genova con una università belga, nel quale ci hanno attaccato dei sensori sulla testa, sul braccio, per il battito cardiaco per vedere a livello scientifico quali sono i processi che accadono al corpo quando viene messo in difficoltà: ci hanno fatto suonare composizioni diverse, quindi equilibri diversi, approcci diversi nel modo di suonare e sono riusciti quindi a stabilire quali erano i cambiamenti, per spiegare in maniera teorica cosa succede nell'ambito di un quartetto.
Cristiano Gualco: Suonare insieme è un'esperienza di relazione, di contatto, tra persone. Lo studio è importante, così come la cura dei dettagli, ma la cosa più importante è la condivisione di una meta, che sia un obiettivo di carriera o piuttosto un obbiettivo musicale. Tutte le eventuali divergenze tra le persone del gruppo devono confluire in una meta finale comune. Siamo strumentisti diversi ma questo è quello che ci aiuta a non aver mai nessun serio problema interpersonale. Purtroppo ci sono molti esempi di gruppi, oggi e nel passato, che sono passati attraverso crisi personali che li hanno divisi. È un grande peccato per la musica: quando la nostra vecchia formazione si è divisa, questa attuale risale al 2002, il maestro Farulli mi aveva scritto che l'interruzione dell'attività del quartetto di Cremona gli dava dolore. La musica ha bisogno di coesione umana, sta al di sopra dell'esecuzione, al di sopra dello studio e dei problemi personali; è quello che ci aiuta ad andare sempre avanti, al di là delle questioni più superficiali che fanno parte del quotidiano di ognuno: carriera, viaggi, studio intenso e stress a cui possiamo essere sottoposti.

Durante gli anni di formazione avete avuto la fortuna di avere grandi maestri. Che hanno lasciato il segno...
Simone Gramaglia: Sicuramente per noi avere la possibilità di lavorare con dei grandi maestri è stato importantissimo: Giovanni citava Farulli, io ricordo Hatto Beyerle, ma ne abbiamo incontrati altri nel corso dei nostri studi. È decisiva nella formazione di un gruppo, ma naturalmente anche di un solista, l'impostazione che si dà al lavoro; con i nostri maestri è stato subito possibile curare sia l'aspetto tecnico, sia l'aspetto musicale. A volte c'era bisogno che i due aspetti fossero bilanciati, altre volte abbiamo dato priorità all'aspetto tecnico perché era importante che questo venisse curato di più. Ma con tutti abbiamo fatto un lavoro musicale, perché la tecnica è solo un mezzo al servizio della musica.
Giovanni Scaglione: Volevo aggiungere che questi grandi maestri ci hanno aiutato anche psicologicamente perché nei primi anni, quando i concerti erano molto pochi e i cachet molti bassi, soprattutto il maestro Farulli e il maestro Beyerle ci garantivano che ce l'avremmo fatta. E io direi che oggi, con questa grande celebrazione da parte della Società del Quartetto di Milano, che è tra le più importanti in Italia, posso dire che avevano ragione.

Cosa cercate di trasmettere al pubblico quando suonate?
Paolo Andreoli: Ogni volta che dobbiamo suonare per un pubblico cerchiamo di dare il massimo, il 100% , cerchiamo di non fare musica per pochi. La nostra è una musica che trasmette qualsiasi tipo di emozione umana, dalla felicità alla tristezza, a tutto quello che sta in mezzo. Tutte le volte che suoniamo cerchiamo di trasmettere questo ventaglio di emozioni per regalare qualcosa alle persone che vengono a sentirci, perché il concerto è un'occasione unica e irripetibile, i pezzi eseguiti una sera, la sera dopo sono eseguiti in maniera diversa. Quindi, ogni volta, noi cerchiamo di dare al pubblico tutto quello che abbiamo da trasmettere.

Perché avete iniziato a suonare, cosa ha fatto scaturire in voi la passione per la musica classica?
Cristiano Gualco: La passione per musica classica è una cosa misteriosa; io penso che bisogna amare le cose belle. La sensibilità per la musica classica spesso è legata anche ad una storia famigliare. Ma spesso parliamo di musica bella o di musica brutta non specificando di quale genere si tratti. Anche nel rap, una forma così lontana dalla musica classica, c'è della musica bella o della musica brutta e io ogni tanto ascolto del buon rap pur suonando i quartetti di Beethoven. Ripeto, bisogna essere innamorati delle belle cose. Leggere un bel libro, ascoltare un quartetto di Beethoven o una sinfonia di Schubert. Questo è quello che ci spinge a interessarci a questa musica e volerla rendere comprensibile agli altri. Con la Società del Quartetto stiamo facendo un lavoro prima di ogni concerto per interessare i ragazzi. All'inizio è difficile stabilire un contatto perché ci vedono qui sul palco e loro sono in platea, ma quando si parla di cose belle, che non devono per forza essere cervellotiche, penso che l'interesse si desti. Se non in tutti almeno in qualcuno.

Raccontatemi qualcosa della vostra storia personale, qualche cenno biografico. Come avete iniziato?
Paolo Andreoli: Io avevo un papà musicista, sono stato fin da piccolo spinto in questo mondo. Un giorno mi sono trovato letteralmente costretto a prendere in mano il violino e a dover studiare tutti i giorni, spinto appunto dal papà che desiderava moltissimo questa cosa. Fortunatamente da quando ho scoperto la musica da camera per me questa è diventata la vera, unica passione: la musica e suonare la musica.
Simone Gramaglia: Mio padre la musica proprio non la capiva, mia madre è una pianista, suonava pianoforte amatorialmente, e io fino ai 14 anni ho suonato un po' di pianoforte perché la mia vicina di sopra lo aveva, ma ascoltavo sostanzialmente Vasco Rossi che adoravo allora e amo tutt'ora. Su domanda di mia madre: "Ti piacerebbe suonare seriamente qualcosa?", io risposi "Il violino". Non saprò mai perché scelsi proprio il violino, ma così ho cominciato per poi smettere e darmi al flauto dolce. A sedici anni volevo ricominciare con il violino, ma mi è stato detto che ero troppo vecchio e che avrei, invece, potuto suonare la viola. Non sapevo neppure che strumento fosse, ma ho iniziato a suonarla, me ne sono innamorato e giorno dopo giorno sono arrivato fino a qua.
Giovanni Scaglione: Io suonavo il basso elettrico, suonavo jazz a 9-10 anni e il mio futuro maestro al conservatorio volle conoscermi dopo che amici di famiglia gli avevano fatto ascoltare una mia registrazione. I miei genitori, da persone coscienziose, non musicisti, accettarono i suoi consigli e decisero di farmi fare il conservatorio. E così sono diventato violoncellista.

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