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Videoincontro con il Quartetto Bennewitz

Incontriamo Jiri Nemecek, violino del Quartetto Bennewitz, prima del concerto dei giovani musicisti per la nostra Società.

Voi siete il più celebre, giovane quartetto della repubblica ceca. Avete fatto studi internazionali, in Spagna e Svizzera dove siete stati in residence, una pratica adottata ora anche dal Quartetto di Milano. È stato importante per voi?
Prima di tutto vorrei specificare che non siamo sicuramente il miglior quartetto ceco. Ci sono molti ottimi quartetti cechi, c'è una lunga tradizione di quartetti d'archi. Siamo stati molto fortunati ad aver potuto di studiare all'estero: innanzitutto abbiamo studiato a Madrid dal maestro Rainer Schmidt del quartetto Hagen; dopo aver lasciato Madrid ci siamo recati a Basilea e abbiamo avuto l'opportunità di studiare con Walter Levin che è padre di moltissimi quartetti e questo è stato molto importante per noi. Durante i nostri studi abbiamo potuto anche insegnare a giovani musicisti ed ensemble all'inizio della loro carriera.

Considerando la sua consolidata fama di città della musica, come vivete il fatto di esibirvi a Milano?
Siamo qui a Milano per la seconda volta. Mentre eravamo a Basilea siamo venuti a suonare con altri gruppi nel Conservatorio di Milano: era un ciclo su Beethoven, abbiamo suonato nella sala Puccini 4 anni fa. È la prima volta in sala Verdi, ma la seconda volta al Conservatorio.
Milano, come ricordavo dall'ultima volta che ci sono stato, è un luogo molto importante, un grande palcoscenico per noi, quindi prendiamo molto seriamente questo concerto e siamo molto impazienti di esibirci.

Cosa significa suonare in un quartetto d'archi?
Penso che per suonare quartetti d'archi e musica da camera serva un certo interesse, che ha a che fare non tanto con il bisogno o il volere individuale ma con qualcosa fatto insieme. Chiunque inizi a fare musica seriamente ha come primo desiderio di essere solista, è normale. Ma è necessario che si guardi anche in altro modo l'essere solista: non c'è soltanto l'ammirazione quando si suona, quando si è protagonisti sul palco, ma anche la pressione e una certa solitudine, perché si viaggia da soli e si è sempre soli.
Il vantaggio del quartetto d'archi è che si condivide, è una cosa diversa. Il secondo aspetto è che il repertorio per un quartetto d'archi è molto speciale. Molti compositori hanno scritto alcuni dei più bei pezzi per i quartetti d'archi perché hanno considerato questa forma come il miglior suono e la più emozionante combinazione di quattro strumenti.

Da quanto esiste questa formazione?
La formazione con cui suoneremo questa sera esiste dal 2001, quindi da nove anni.
Penso che qualunque relazione anche fra due persone sia un po' difficile, è normale, a volte litighiamo, dipende... Ma sempre dopo rimaniamo a lavorare e credo che questa sia la cosa più importante.

Nel vostro paese la scelta della musica classica da parte di un giovane da dove nasce?
C'è una grande tradizione in Repubblica Ceca; c'è una tradizione, ma in questo momento c'è lo stesso problema presente anche in Italia: ci sono sempre meno persone giovani interessati alla musica classica, semplicemente perché è molto difficile, costa molto impegno e molta volontà. Il pensiero dei giovani d'oggi è ottenere tutto in fretta e senza sforzo, quindi penso sia la stessa cosa. Quando abbiamo scelto di fare musica la situazione era un po' diversa ed era normale che i bambini suonassero uno strumento, era poco costoso studiare nelle scuole di musica. Abbiamo deciso quando avevamo 13 anni di fare musica professionalmente, siamo andati al Conservatorio e poi gradualmente siamo arrivati a questo punto.

Questa sera suonerete quartetti di Bartók, Beethoven e Brahms. Come ha scelto questo programma?
Penso che il programma di stasera sia molto importante. Sarà molto intenso per noi e per il pubblico non è un programma facile. Iniziamo con il quinto quartetto di Béla Bartók, uno dei suoi pezzi fondamentali, davvero l'apice dei suoi sei quartetti: li ho messo insieme con Grande Fuga di Beethoven e Brahms. Tutti e tre i pezzi sono l'apice del periodo in cui sono stati composti. Grande Fuga di Beethoven è uno degli ultimi pezzi che ha scritto ed è il massimo capolavoro, la sintesi della maestria che aveva raggiunto in quel momento.
Per Brahms è la stessa cosa: ha scritto soltanto tre quartetti, ne aveva iniziati sedici prima ma li ha bruciati tutti per paura del confronto con Beethoven, che era considerato un dio dai compositori venuti dopo. Quindi suoneremo l'ultimo quartetto di Brahms, suoneremo Grande Fuga, uno degli ultimi pezzi di Beethoven, che era collegato in origine come Finale nel quartetto 130 in si bemolle maggiore. E il quinto quartetto di Béla Bartók, dall'ultimo periodo della sua vita.

Qual è il brano a cui si sente più vicino?
Al momento forse Beethoven perché abbiamo più esperienza, abbiamo suonato molti suoi quartetti. In questi anni abbiamo chiesto di realizzare un progetto speciale per eseguire tutti gli ultimi quartetti. Penso che con questa consapevolezza si comprendano meglio i compositori. Abbiamo anche suonato quartetti di Béla Bartók, per altri quartetti abbiamo suonato Brahms, ma penso che siamo più vicini a Beethoven, al momento.

Progetti futuri?
Nel futuro prossimo per dieci giorni suoneremo a Schwetzingen, che è un palcoscenico molto importante in Germania in un festival chiamato Festspiele: quest'anno il tema è Bartók e Brahms. Là eseguiremo il Brahms che suoneremo questa sera, quindi il quinto e il sesto Bartók. Inoltre siamo molto impazienti per il Lockenhaus festival in Austria agli inizi di luglio, poi faremo un po' di vacanza. E per la prossima stagione penso che faremo un tour di due settimane in Corea del Sud, nella seconda metà di ottobre.

Nelle vacanze lei suona?
No, no. Forse a ottobre torneremo ad allenarci, ma tutti siamo impazienti di chiudere il violino e le viole e riposare, ce n'è bisogno.

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